Intervista al presidente di Assarmatori, Stefano Messina: “Continuiamo a portare gli italiani sulle isole, ma nessuno ci aiuta”

L’intervista a firma di Antonio Risolo su “Il Giornale” del 13 luglio 2020, pagina 15.

Se il Covid ha messo in ginocchio i più svariati settori della nostra economia, il settore marittimo è quello che ne esce più colpito. Stefano Messina, presidente di Assarmatori e vice presidente della Ignazio Messina & C., punta il dito contro il governo che non ha messo in campo aiuti specifici salvo la tassa d’ancoraggio, e neppure per un anno intero. Poca roba considerati i 3 miliardi per il trasporto aereo, la compensazione delle perdite delle ferrovie e la pioggia di milioni per monopattini e affini.

Presidente, qual è la situazione dopo il lockdown?
«Drammatica. Il nostro è un settore molto integrato, le nostre navi portano materie prime come oil e gas, ma anche secche come il carbone e l’acciaio. Siamo un trasportatore che esporta molto, la seconda fabbrica d’Europa. C’è poi il trasporto passeggeri, dall’eccellenza delle crociere al traffico dei traghetti. Il trasporto passeggeri è fondamentale per il Paese: fattura 14 miliardi sui 50 europei, con 120mila addetti. Nel 2019 abbiamo battuto ogni record con 13 milioni di crocieristi».

Che cosa ha fatto o non ha fatto il governo?
«Nulla, siamo stati ignorati. Il settore dei traghetti è senza dubbio il più penalizzato, con società piccole e medio-grandi che garantiscono i servizi di collegamento sul territorio, ma che hanno subito un calo di fatturato tra il 60 e il 90%. Il danno mette a forte rischio la continuità aziendale e la stessa sopravvivenza delle imprese. Purtroppo il governo ha lasciato sole le compagnie marittime, che garantiscono un servizio di trasporto strategico. Negli ultimi dieci anni le cosiddette Autostrade del mare hanno avuto un incremento di offerta del 100% grazie ad armatori italiani che hanno fatto investimenti importanti. Ora, nonostante tutti i problemi di carattere economico-finanziario, i nostri armatori stanno difendendo i posti di lavoro dei marittimi. Che, sottolineo, sono tutti italiani».

Nonostante tutto, il settore non si è mai fermato. Quali sono le vostre proposte?
«Abbiamo chiesto nuove risorse finanziarie, finora invano. Ricordo al governo che ci sono soldi già accantonati dallo Stato, previsti nei capitoli di spesa grazie a una legge del 1998 che consente agli armatori che occupano personale italiano di avere aiuti contributivi. Servono aiuti concreti al trasporto marittimo che non si è mai fermato, ma ha subito l’azzeramento del fatturato relativo al flusso di passeggeri. Ora, nonostante la lieve ripresa del turismo, prevediamo cali tra il 50e il 70% fra biglietti e introiti accessori. I costi, al contrario, sono costanti».

Si parla tanto del blocco dei licenziamenti…
«Stiamo difendendo con tutte le energie i posti di lavoro dei nostri dipendenti. Licenziarli o metterli in cassa integrazione per noi è la peggiore sconfitta perché si tratta di personale specializzato, formato. Ma come tutti sappiamo, i posti di lavoro non sono difendibili all’infinito. Non sembri un ricatto, auspico solo di non arrivare mai al punto estremo».

Perché nell’ultimo trentennio la Blue Economy è stata così trascurata?
«L’economia del mare è la risorsa più preziosa del nostro Paese: 45 miliardi di fatturato l’anno, un milione di addetti, oltre 3 punti di Pil nazionale. Eppure oltre che dal governo siamo trascurati anche dai media nazionali. Fa male sentirsi sistematicamente ignorati».